Le donne che sentono nel proprio cuore di avere la vocazione matrimoniale, ma non riescono a trovare un fidanzato cristiano, possono leggere il seguente annuncio di un uomo che sta cercando una moglie davvero fedele agli insegnamenti della Chiesa Cattolica. Cliccare qui per leggere l'annuncio.


lunedì 16 novembre 2020

Non tradire la vocazione

Mi ha colpito molto la storia di una ragazza, la quale era entrata in un monastero di clausura di stretta osservanza, ed era felicissima e piena di gioia interiore. Tuttavia, a causa di forti pressioni ricevute dai parenti, è tornata nel mondo, dove ha trovato un fidanzato e ha tutto ciò che si può desiderare materialmente, però mi confidò di sentirsi triste ed infelice. Sentiva nostalgia del monastero, ma aveva paura che abbandonando nuovamente il mondo avrebbe potuto far soffrire i familiari e il suo fidanzato. Pertanto le rivolsi una “lettera aperta”:

Carissima sorella in Cristo,
                                         capisco le ragioni che ti spingono a sforzarti a restare nel mondo. Se da un certo punto di vista comprendo il tuo non voler far soffrire le persone a cui vuoi bene, da un altro punto di vista ti chiedo di riflettere attentamente su ciò che sto per dirti. Io non so esattamente qual è la volontà di Dio su di te, l'unica cosa che so è che hai nostalgia del monastero, perché lì ti sentivi il cuore pieno di pace, gioia e tranquillità di coscienza. Vivere lì ti sembrava l'anticamera del paradiso, ma da quando sei tornata nel mondo la situazione interiore è cambiata radicalmente, il tuo cuore è in lacrime e ti senti triste e infelice come in un inferno. Se tu decidessi di sposarti in queste condizioni spirituali, faresti soffrire moltissimo il tuo futuro marito, il quale si accorgerebbe presto che pur vivendo con lui, il tuo cuore è rimasto nel monastero di clausura. Per lui sarà uno strazio vederti triste e infelice, e ciò sarà un tormento per il suo cuore che gli farà vivere tristemente lo stato matrimoniale, e forse dentro di sé penserà: “Era meglio se mia moglie si fosse fatta suora, almeno adesso sarei più felice io, e sarebbe più felice lei, invece di avermi rovinato la vita.”

Prova a pensare alla situazione inversa. Immagina che il tuo fidanzato sia un ex novizio che è tornato nel mondo a causa delle pressioni dei suoi familiari. Adesso è triste ed infelice perché il suo cuore è rimasto in convento, dove si sentiva realmente felice. Se tu gli vuoi veramente bene, preferiresti che rimanesse insieme a te anche se triste e infelice, oppure preferiresti che tornasse in convento, pur di sapere che lì si troverà nuovamente felice?

Dunque, io penso che coloro che ti vogliono davvero bene, pur di vederti nuovamente felice, si rassegneranno nel sapere che sei tornata in monastero. Non devi preoccuparti dei peccati che hai commesso dopo il tuo ritorno a casa, poiché sai benissimo che Dio è contento di riabbracciare il figliol prodigo che ritorna da Lui col cuore pentito e confessa umilmente i suoi peccati.

Coraggio, non ti arrendere. Io continuerò a pregare per te fin quando non saprò che ti sei arresa all'amore di Gesù buono per te.

Ti saluto cordialmente in Cristo Redentore e Maria Corredentrice.

Cordialiter




(.)

giovedì 12 novembre 2020

Lo zelo per le anime

Dagli scritti di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena.


O Gesù, che ti sei dato per la salvezza del mondo, accendi nel mio cuore un grande zelo per la salvezza delle anime. 


1 - A misura che l’amore di Dio prende possesso dei nostri cuori, vi fa nascere e vi alimenta un amore sempre più grande per il prossimo, amore che, essendo soprannaturale, mira soprattutto al bene soprannaturale dei nostri simili e diventa perciò zelo per la salvezza delle anime.

Se amiamo poco Dio, ameremo poco anche le anime e, viceversa, se il nostro zelo per le anime è debole, vuol dire che altrettanto debole è il nostro amore per Iddio. Infatti, come sarebbe possibile amare molto Dio, senza amare molto coloro che sono figli suoi, che sono oggetto del suo amore, delle sue cure, del suo zelo? Le anime sono, per così dire, il tesoro di Dio; Egli le ha create a sua immagine e somiglianza in un atto di amore, Egli le ha redente nel Sangue del suo Unigenito in un atto di amore più grande ancora. « Dio ha talmente amato il mondo da dare il suo Figliolo unigenito, affinchè chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna » (Gv. 3, 16). Chi ha penetrato il mistero dell’amore di Dio per gli uomini, non può rimanere indifferente alla loro sorte: alla luce della fede ha compreso che tutta l’azione di Dio nel mondo mira al loro bene, alla loro felicità eterna, e vuole in qualche modo prendere parte a quest’azione, sicuro di non poter fare cosa maggiormente grata a Dio che prestare la sua umile collaborazione alla salvezza di coloro che gli sono tanto cari. Tale è stato Sempre il desiderio ardente dei santi; desiderio che li ha spinti a compiere eroismi di generosità pur di procurare il bene di un’anima sola. « Questa - scrive S. Teresa di Gesù - è l’inclinazione che il Signore mi ha data. Mi pare che Egli apprezzi di più un’anima sola che con le nostre industrie ed orazioni, per sua misericordia, noi gli guadagnamo, che non quanti servizi gli possiamo rendere » (Fd. 1, 7). 


È vero, il fine primario dell’azione di Dio è la sua gloria, ma questa gloria Egli, infinitamente buono, ama procurarsela particolarmente mediante la salvezza e la felicità delle sue creature, e di fatto nulla più dell’opera salvifica degli uomini esalta la sua bontà, il suo amore, la sua misericordia. Perciò, amare Dio e la sua gloria significa amare le anime, significa lavorare e sacrificarsi per la loro salvezza.

2 - Lo zelo per le anime nasce dalla carità, nasce dalla contemplazione di Cristo crocifisso: le sue piaghe, il suo sangue, i dolori strazianti della sua agonia ci dicono quanto valgono le anime al cospetto di Dio e quanto Dio le ama. Ma quest’amore non è corrisposto e sembra che gli uomini ingrati vogliano sempre più sfuggire alla sua azione. È il triste spettacolo di tutti i tempi che anche oggi si rinnova, quasi ad insultare Gesù e a rinnovare la sua Passione. « Tutto il mondo è in fiamme: gli empi, per così dire, anelano di condannare ancora Gesù Cristo, sollevano contro di lui un’infinità di calunnie e si adoperano in mille modi per distruggere la sua Chiesa ». Se Teresa di Gesù (Cam. 1, 5) poteva dire così del suo secolo tormentato dall’eresia protestante, tanto più possiamo dirlo noi del nostro, in cui la lotta contro Dio e contro la Chiesa è aumentata a dismisura e dilaga ormai in tutto il mondo. Beati noi se possiamo ripetere con la Santa: « La perdita di tante anime mi spezza il cuore. Vorrei che il numero dei reprobi non andasse aumentando... Mi pare che pur di salvare un’anima sola delle molte che si perdono, sacrificherei mille volte la vita » (ivi, 4 e 2). Ma non si tratta solo di formulare desideri: occorre fare, occorre agire e patire per la salvezza dei fratelli.

S. Giovanni Crisostomo afferma che « nulla è più freddo di un cristiano che non si cura della salvezza altrui ». Questa freddezza è conseguenza di una carità molto languida; accendiamo, ravviviamo la carità, e sì accenderà in noi lo zelo per la salvezza delle anime. Allora il nostro apostolato non sarà più soltanto un dovere imposto dall’esterno, cui dobbiamo necessariamente attendere per obbligo del nostro stato, ma sarà un’esigenza dell’amore, una fiamma che divampa spontaneamente per il calore interno della carità.

Darsi alla vita interiore non significa chiudersi in una torre d’avorio per godere indisturbati le consolazioni di Dio disinteressandosi del bene altrui, ma significa concentrare tutte le proprie forze nella ricerca di Dio, nel lavorare per la propria santificazione, onde diventare accetti a Dio ed acquistare così una potenza di azione e d’intercessione, mediante la quale ottenere la salvezza di molte anime. 



[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].

lunedì 9 novembre 2020

Coraggio nel seguire la chiamata di Gesù alla vita religiosa

Tempo fa ho avuto un lungo colloquio telefonico con una carissima lettrice del blog innamorata di Gesù Cristo. Questa nostra sorella nella fede stava soffrendo tantissimo nel suo cuore, a causa di problemi riguardanti la sua vocazione (adesso finalmente vive felice in un monastero di clausura). A beneficio di coloro che attualmente si trovano nelle stesse condizioni di sofferenza, ripubblico la lettera di incoraggiamento che le scrissi.

Carissima sorella in Cristo,
                                                sono contento di averti sentito al telefono, ma ho provato anche compassione nel sentire il tuo cuore afflitto a causa delle varie avversità che ti affliggono. Mi hai colpito molto quando a un certo punto del colloquio hai sospirato di voler entrare presto in monastero e di abbandonare definitivamente il mondo. Ho percepito chiaramente che hai il cuore il lacrime. Fa sempre pena sentire una persona che soffre, ma quando a soffrire è una persona come te che desidera solamente amare Gesù buono per tutto il resto della vita, la compassione è maggiore. Dai non ti scoraggiare, affidati nelle mani della Mediatrice di tutte le grazie e vedrai che tutto andrà per il meglio.

Mi è piaciuta molto la storia della tua vocazione e apprezzo tanto la forza d'animo che hai avuto nel voler lasciare tutto per donarti a Dio. Ben pochi avrebbero avuto il coraggio di rinunciare a ciò che hai rinunciato tu per abbracciare la vita religiosa. Gesù si è scelto davvero una sposa generosa e coraggiosa, sono contento che solo Lui potrà possedere il tuo cuore.

Chissà quante lacrime hai versato a causa del tuo amore per il Redentore Divino, ma chi semina piangendo raccoglierà con gioia i frutti nella Patria Celeste. Su questa terra siamo solo di passaggio, dobbiamo guadagnarci il Paradiso portando la croce per amor di Dio, dimostrando così il nostro amore per Lui. Con queste sofferenze ti stai purificando in attesa delle nozze col tuo amato Sposo. Nelle tue preghiere invoca anche l'aiuto dell'eroica Fondatrice dell'ordine in cui aspiri di entrare, vedrai che sarà molto felice di accoglierti tra le sue seguaci. Il diavolo sta cercando di seminare confusione per farti cadere nello scoraggiamento e farti commettere qualche errore; infatti diceva San Luigi Gonzaga che il demonio riesce sempre a pescare qualcosa nel torbido. Stai allegra e serena, confida nella Madonna e rimani con l'animo pronto ad accettare qualsiasi cosa avverrà. Non temere, in tutta la storia della Chiesa non è mai accaduto che qualcuno sia ricorso con fiducia a Maria e sia rimasto abbandonato. Mai!

Ricordati di chiedere l'aiuto anche di San Giuseppe, castissimo sposo della Beata Vergine e provvido custode della Sacra Famiglia. Quanti benefici si ottengono grazie alla sua intercessione!

Te lo ripeto, non temere. Gesù ti è molto vicino in questo momento in cui senti il peso della croce, che vuoi di più? Lui ti ama e ti vuole davvero felice. Se permette che adesso tu sia nel dolore, lo fa solo per trarne un bene maggiore. Nella Patria Celeste comprenderai tutto ciò in maniera luminosa e loderai la Divina Provvidenza che ti aveva mandato questa croce per farti meritare dei beni più grandi. Se resterai fedele alla Sua volontà, riceverai la ricompensa dal suo Cuore per omnia sæcula sæculorum. Così sia.

Tuo fratello in Cristo,

Cordialiter




(.)

sabato 7 novembre 2020

Sentire con Cristo

Dagli scritti di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena (1893 - 1953).


O Gesù, fa’ che io possa nutrire per le anime sentimenti simili a quelli del tuo Cuore divino. 

1 - Un’efficace collaborazione esige sempre una certa affinità d’intenti e di metodi fra il promotore dell’opera e i suoi collaboratori, anzi questa affinità deve essere tanto più profonda quanto più l’opera da compiersi non è materiale, ma spirituale. Dovendo collaborare con Dio per il bene delle anime, l’apostolo deve vivere in intima affinità spirituale con lui, sì da entrare il più possibile nelle sue vedute e nei suoi disegni per la salvezza del mondo. Solo penetrando a fondo il mistero dell’amore di Dio per gli uomini, l’apostolo potrà cooperare all'effusione attuale dell’amore e della grazia. Mediante le virtù teologali egli deve tenersi in contatto intimo con Dio e cercare di cogliere il movimento profondo del suo amore. La fede c’insegna che Dio ha chiamato all’esistenza gli uomini, spinto dalla sua bontà infinita che ha voluto effondersi al di fuori di sè, onde partecipare ad altri qualche cosa del suo bene, della sua felicità, della sua stessa vita. Ecco la grazia, creazione del suo umore, che rende gli uomini consorti della sua natura. E quando gli uomini, col peccato, si sono distaccati da lui rendendosi immeritevoli del suo dono, Egli non ha rinunciato il suo piano d’amore e, per poter ridare ad essi ciò che colpevolmente avevano perduto, ha sacrificato il suo Unigenito «che per noi uomini e per la nostra salute discese dal cielo» (Credo). 

L’apostolo deve comprendere a fondo che l’azione di Dio per gli uomini è tutta azione di amore: è l’azione del Padre che va in cerca del figliol prodigo, del pastore che va in cerca della pecorella smarrita; è l’azione di Dio che vuol offrire agli uomini la sua amicizia per renderli felici, per poterli accogliere nella sua casa, per poterli ammettere alla sua intimità, per renderli beati della sua beatitudine eterna. L’apostolo deve cercare di mettere il proprio cuore a contatto col cuore di Dio per riempirlo del suo amore, per condividere la sua carità verso gli uomini. L’apostolo deve, per così dire, sentire con Dio, sentire con Cristo, ossia nutrire profondi sentimenti di amore per i suoi fratelli, pallido riflesso dell’amore di Dio per gli uomini. 

2 - Non solo nella preghiera, ma nell’esercizio stesso del suo apostolato, l’apostolo deve cercare di mantenersi a contatto con Dio e col mistero del suo amore per gli uomini, cui deve umilmente collaborare. Cercherà questo contatto attraverso un intenso esercizio della fede che gli farà sempre più comprendere il mistero della Redenzione, che gli farà riconoscere l’attuazione di questo mistero nelle varie circostanze della vita, nello svolgersi degli avvenimenti, che lo aiuterà ad inserire la sua umile azione nella grande azione divina. In tal modo, anche quando userà mezzi umani, anche quando si occuperà di questioni materiali, si manterrà in un’atmosfera soprannaturale: non perderà mai di vista il fine ultimo della sua attività, ma sarà sempre desta in lui la consapevolezza di collaborare con Cristo alla salvezza delle anime. 

Alla fede l’apostolo deve unire un’ardente carità, perchè il contatto con Dio e l’affinità col suo amore si realizzano appunto per via d’amore. La carità, per la forza d’intuizione che le è propria, permetterà all’apostolo di penetrare più a fondo il mistero della Redenzione, di gustare la dolce realtà dell’Amore infinito che in esso si manifesta e lo spingerà a vivere in intima comunione con questo Amore, di cui deve essere il collaboratore e lo strumento. Allora il suo esempio, le sue parole renderanno testimonianza di verità non solo credute in teoria, ma vissute in pratica, ma assaporate, sperimentate nel contatto intimo con Dio. Allora l’apostolo potrà affermare con S. Giovanni: « Noi abbiamo conosciuto e creduto alla carità che Dio ha per noi » (1Gv. 4, 16) [...]. 

Mediante la fede e l’amore l’apostolo giungerà ad un'affinità spirituale sempre più grande col mistero della Redenzione e con Gesù che ne è il grande Attore, potrà fare suoi i sentimenti di Gesù, secondo la parola di S. Paolo: « abbiate in voi quel sentire che era anche in Gesù Cristo » (Fil. 2, 5). Questo « sentire con Cristo », che significa amare e volere all’unisono col Cuore divino, che significa condividere il suo amore immenso per Dio e per le anime, è il segreto di ogni apostolato.


[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].

venerdì 6 novembre 2020

L'Amore non è amato

Vorrei che tutte le persone del mondo potessero leggere la splendida lettera che la Beata Maria di Gesù Deluil-Martiny scrisse l'8 dicembre del 1882.


La Servianne, 8 Dicembre 1882

Carissime Figlie in Cristo, siamo giunte al primo giubileo della Fondazione del nostro piccolo Istituto! [...] I vostri cuori traboccano di gioia e di riconoscenza; che potrei aggiungere ai vostri sentimenti e alla vostra religiosa commozione? Lasciatemi almeno lanciarvi il grido che errompe dal profondo della mia anima: Amore, amore!

Amore a Dio che ha tanto amato il mondo da mandare il suo unico Figlio per salvarlo! Amore all'Agnello che ci ha lavati nel suo Sangue adorabile e si è immolato per redimerci! Amore a Gesù Ostia che da dieci anni si degna di rimanere esposto sui modesti altari dei nostri monasteri! Amore al Cuore divino che ha conquistato i nostri cuori! Sorelle e Figlie carissime, vorrei comunicarvi la celeste Passione di Gesù Cristo. Egli è venuto a portare il fuoco dell'Amore sulla terra; che posso desiderare se non che esso infiammi le vostre anime? Vorrei vedervi divorate da questo amore; ma non di un amore di desideri e di sentimenti infecondi, bensì di un amore in opere e verità che va fino all'estrema dedizione e si lascia portare dall'Amato fino all'estrema immolazione. Per aggiungere fiamme al vostro fuoco di amore vi ricordo e vi metto al vivo come è odiato in questo tempo infelice Colui che amiamo; quanto è disprezzato Colui che adoriamo; quanto è oltraggiato Colui che serviamo in ginocchio.

L'Amore non è conosciuto, l'Amore non è amato, Sorelle mie! Quando ho visto l'odio del mondo per Dio che è Amore; il disprezzo e gli oltraggi del mondo per Colui che è Padrone di ogni potere in cielo e in terra; quando ho visto l'Armata di Satana devastare il campo delle anime per le quali il mio Salvatore ha versato il Suo Sangue, «il mio cuore si è liquefatto come cera nel mio petto», e per mezzo dell'amore che desidera fare di più di quanto è in suo potere e crede che tutto gli sia possibile, ho osato chiedere al Divino Amore di formarsi una piccola falange di Vergini che siano i Serafini della terra, anime pronte alla sofferenza, ardenti nella dedizione e che nulla, all'infuori dell'obbedienza guidata dalla prudenza che spetta all'Autorità, possa arrestare sulla via del sacrificio; anime completamente abbandonate alla sua azione divina, nelle quali si compiano interamente i suoi disegni di misericordia; anime eucaristiche riparatrici e apostoliche; anime ostie unite a Lui, trasformate in Lui, offerte e sacrificate da Lui; che non vivono più, ma nelle quali Egli viva, la cui vita sia nascosta con Lui in Dio; ostie vive nelle quali Egli completi, in un certo modo, la sua Passione, e di cui Egli disponga secondo il suo beneplacito per la sua gloria. Sorelle, è un sogno il mio? A voi la risposta, a voi il provare a Gesù con lo slancio e la generosità dei vostri cuori, che Egli non vi ha chiamate invano nel suo santuario e attorno al suo altare!

[...] Lo scopo di Satana, l'ideale delle sette è di scacciare Gesù Cristo dal mondo, di abolire perfino la memoria della sua dottrina e di strappargli le anime; bisogna dunque, Sorelle, amare Gesù Cristo, unirsi a Gesù Cristo, imitare Gesù Cristo, conquistare anime a Gesù Cristo. Bisogna amare Gesù Cristo e unirci a Gesù Cristo. Amiamolo da Vergini e da spose; gettiamo ai suoi piedi adorati i nostri gigli che Egli stesso ha fatto crescere, bagnandoli col suo Sangue prezioso, e il cui profumo sarà respirato da Lui solo.

L'Istituto è innanzitutto un'opera di amore; perciò esso non accoglie che anime ripiene di un amore generoso, delicato, ardente. Ecco perché ci siamo consacrate al Cuore di Gesù, centro dell'amore; ecco perché ci siamo strette attorno all'Eucarestia, capolavoro dell'Amore. L'Eucarestia è Dio con noi e ci dà la consumazione dell'Amore, l'unione reale con Gesù Cristo. Dobbiamo esaltare Gesù Cristo con l'adorazione, con immenso rispetto, fede viva e la virtù di religione portata al suo più alto grado, attinta in Gesù Cristo e che dalle nostre anime risalga a Lui e, per Lui all'adorabile Trinità.

Consacriamo i nostri cuori ad estinguere, per quanto possibile, la sete ardente che ha Gesù Cristo di essere conosciuto e amato dalle sue creature. Alle raffinatezze dell'odio infernale, vogliamo donare a Gesù Cristo tutte le delicatezze dell'amore che compatisce, che ripara, che tutto condivide e nulla rifiuta; dell'amore che strappa al Cuore del Diletto i segreti della sua carità ardente, dello zelo che lo divora, delle sue agonie, dei suoi dolori, dei suoi sacrifici; dell'amore che dà vita per vita e che per la gloria di Dio, è pronto anche a dare il suo Sangue. Ecco perché ci sforziamo di attuare i desideri del Cuore di Gesù. Ecco perché cerchiamo nel Cuore Immacolato di Maria, fonte di tenerezza e di amore, e negli ultimi anni della sua vita consumati dal martirio d'amore, il modello dei nostri sentimenti e della nostra vita. Ecco perché noi offriamo tutto e noi stesse per ciò che il Cuore di Gesù ha maggiormente amato.

Bisogna imitare Gesù Cristo. L'inferno vuole abolire la dottrina di Gesù Cristo? Noi lo seguiremo e lo imiteremo il meglio possibile, proprio in ciò che si oppone alla dottrina infernale delle sette. Esse predicano l'orgoglio, la ribellione, l'indipendenza; noi impareremo alla scuola del Cuore di Gesù, per praticarle con sforzo continuo, «le virtù della mitezza e della profonda umiltà che con l'ubbidienza e il sacrificio, formano le basi del nostro Istituto». Tenderemo a fare della perfezione dell'ubbidienza il carattere distintivo della nostra società.

[...] Le sette insegnano l'edonismo, il materialismo e il più gretto egoismo; noi vi opporremo la ricerca della totale abnegazione, il vigore della perfezione interiore e una incessante mortificazione in ogni cosa, per quanto sarà possibile; vi opporremo un amore generoso della croce, lo spirito di sacrificio, d'unione a Gesù immolato, che non è altro che lo spirito stesso del cristianesimo; vi opporremo una squisita purezza, le caste delicatezze della verginità, l'oblio dei nostri interessi personali, e infine, l'intero sacrificio di noi stesse per la maggior gloria di Dio. [...]

Bisogna conquistare anime a Gesù Cristo. Agli sforzi infernali per strappare le anime a Gesù Cristo, opporremo lo zelo e la dedizione dell'amore. Quanto sbaglierebbe l'anima che venisse a cercare in questo Istituto esclusivamente la propria perfezione! Una Figlia del Cuore di Gesù deve essere non solo un altro Gesù Crocifisso per lo spirito di sacrificio e di volontaria penitenza, o come un altro Gesù Ostia per lo spirito di oblazione e di immolazione perpetue, ma deve essere anche un altro Gesù Redentore compiendo in se stessa «ciò che Gesù Cristo deve soffrire in noi, per la formazione del suo corpo che è la Chiesa», per le stesse intenzioni del sacrificio di Nostro Signore, che sono la gloria di Dio e la salvezza delle anime. «Questa umile Società non è fondata soltanto per la salvezza e la santità dei suoi membri, ma perché i suoi membri si adoperino, con l'aiuto della grazia e con tutte le loro forze, alla salvezza delle anime, per il servizio dei sacri interessi del Cuore di Gesù, della santa Chiesa e del Sacerdozio cattolico, per mezzo della preghiera, del sacrificio, della diffusione della devozione verso il Cuore adorabile di Gesù e verso la Vergine Immacolata, Regina e ausiliatrice della Chiesa».

E come potremo noi dal profondo della nostra miseria elevarci a cose tanto sublimi? Sorelle faremo tutto per mezzo di Gesù Cristo; mediante la nostra unione al suo Cuore e al suo sacrificio, l'offerta dei suoi meriti infiniti e del preziosissimo calice del suo Sangue adorabile. Faremo tutto per Maria, l'Associata al divin sacrificio, per la quale venne sempre l'aiuto divino alla Chiesa contro i suoi nemici, e che, dopo aver annientato tutte le eresie, distruggerà certamente anche la grande apostasia sociale dei tempi presenti» [...].

E poiché ad ogni errore è seguito sempre il trionfo spirituale di ciò che esso combatteva, è certo che la Chiesa godrà in futuro di una meravigliosa fioritura di Ordini religiosi e di uno splendido risveglio di vita cristiana. O Sorelle! ... umiltà profonda, ma fiducia illimitata; abbandono senza riserva all'azione della grazia, perché «poche anime comprendono ciò che Dio opererebbe in esse, se si abbandonassero completamente nelle sue mani e lasciassero agire la grazia divina».

Capirete facilmente come un Istituto che ha simili scopi, non può accettare anime ripiegate su se stesse, meschine, pusillanimi, che cercano le dolcezze della pietà, invece di cercare il sacrificio e la perfezione; esso ha bisogno di anime generose, ardenti nell'immolazione, dimentiche di se stesse e soprattutto piene di quella dedizione amorosa che va dritta al Cuore del Diletto!




[Nella foto in basso, il suo corpo incorrotto dal 1884]





(.)

mercoledì 4 novembre 2020

Annuncio matrimoniale

Una mia cara amica piemontese di 43 anni, profondamente spirituale, vorrebbe abbracciare la vita matrimoniale, ma non ha ancora trovato l'uomo giusto che possa rispondere alla sua chiamata di sposa e madre cristiana. Desidera un uomo di fede profonda, un uomo con cui poter condividere una intensa vita di preghiera e che voglia coltivare davvero i valori cristiani; per poter crescere insieme nel cammino di perfezione cristiana. La sua aspirazione è santificarsi nello stato di vita matrimoniale. In passato ha compiuto delle esperienze vocazionali in monastero ma successivamente ha sentito nel suo cuore il desiderio di santificarsi nel matrimonio formando una bella famiglia cristiana. È importante per lei osservare la castità prima del matrimonio come ogni altro precetto evangelico. Tendenzialmente cerca un uomo assiduo nei sacramenti, profondamente orante, in ascolto della Parola di Dio e che viva davvero in Cristo e che da Lui si faccia plasmare per raggiungere la santità. Non cerca un cristiano mediocre ma un'anima profondamente innamorata di Cristo, come lo è lei. Cerca un uomo forte con cui poter affrontare tutte le tribolazioni che i veri seguaci di Cristo devono sopportare per testimoniare le verità di fede soprattutto in questo tempo particolare della storia della Chiesa.

Questa mia amica, che conosco personalmente, desidera un uomo dolce e gentile, un galantuomo d'altri tempi, essendo lei molto dolce, delicata e sensibile.

Solo se veramente interessati e corrispondenti davvero a ciò che lei cerca potete contattarla al seguente indirizzo mail: jesusmary77@libero.it

lunedì 2 novembre 2020

Visione del Purgatorio di Suor Josefa Menendez

Ci sono nel mondo delle anime privilegiate, cioè scelte direttamente da Dio per una missione particolare. A costoro Gesù si presenta sensibilmente e le mette nello stato di vittima straordinaria, rendendole partecipi anche dei dolori della sua Passione. Queste vittime riparano certe categorie di peccati e soffrono moltissimo nel corpo e nello spirito. Perchè possano soffrire di più e salvare più peccatori, Iddio permette che talune di esse siano trasportate, sebbene viventi, nell'ordine soprannaturale e che stiano a penare nel Purgatorio [oppure anche] nell'inferno. Come avvenga il fenomeno, non possiamo spiegarlo. Queste vittime, quando ritornano dall'al di là, sono afflittissime e sogliono piangere dirottamente; qualche volta restano con delle scottature e piaghe nel corpo. Le anime privilegiate scompaiono improvvisamente dalla propria camera, alla presenza anche di testimoni, o dopo una notte o parecchie ore riappaiono. Sembrano cose incredibili, ma sono storiche.

Per conoscere più diffusamente questi fatti, si legga il volume «Invito all'amore» edito dalla Libreria L.I.C.E. - Berruti - Torino. E' la storia di Suor Josefa Menendez, morta nel 1923.

Sarebbe tanto utile conoscere qualche visita fatta nel Purgatorio.

- La notte dal primo al due novembre l'assalto diabolico mi aveva lasciata spossatissima. Mentre quasi ogni notte ero stata a soffrire nell'inferno tra i dannati, il Signore volle che nel mese dei morti andassi nel Purgatorio. Chiesi a Gesù se realmente fosse l'inferno o il Purgatorio il luogo ove vado a soffrire, oppure una semplice figura dell'oltre tomba. Gesù mi rispose: E' il vero inferno ed il vero Purgatorio. Le anime però le vedi in sembianze umane, per distinguerle. Ti porto in questi luoghi affinché tu resti invogliata a soffrire sempre più, per strappare anime all'eterna perdizione. -

Nella notte del primo novembre, verso le ore due, mi sentii leggera leggera come se non avessi avuto il corpo. Mentre a trasportarmi nell'inferno suole venire il demonio, il quale in un volo vertiginoso mi lancia tra i dannati, questa volta mi sentii trasportare da mano invisibile, senza vedere alcuno, e dopo un poco, invece di trovarmi sul letto, mi trovai in Purgatorio, vicino alle anime che spasimavano dal desiderio di vedere Dio e per altri dolori. II luogo era grandissimo; si vedeva dove cominciava, ma non dove finiva. Poi vidi un'immensa folla di anime, in maggioranza persone consacrate. Appena la mano invisibile mi posò vicino a costoro, tutte provarono gran gioia e dissero: Prega, prega per noi e per la nostra liberazione! - Un tale disse: Se tutti sapessero com'è tormentoso il fuoco del Purgatorio, veramente ci verrebbero presto in aiuto! -

In quel momento cominciai a provare le pene del Purgatorio. Mi sentii come esasperata nell'anima e provai un forte calore in tutto il corpo. Però non è tanto la sofferenza del corpo che fa soffrire, quanto il rimorso di avere offeso Dio sì grande e la privazione di vederlo. Si sente fortemente Dio e non si può andare a Lui. Che terribile sofferenza!... Vidi le anime rassegnatissime; non dimostravano alcun segno di disperazione. Erano tanto pentite del male fatto e avrebbero voluto ritornare nel mondo per dire a tutti: Non fate peccati, perchè veramente c'è l'inferno ed il Purgatorio e le pene che vi si soffrono sono immense!

Mi si avvicinò un uomo, gridando: Non ne posso più di questi tormenti! Ormai sono nove anni che soffro e mi sembrano novecento anni! Per pietà liberatemi presto da queste pene!... Peccai, è vero!... Mentr'ero in vita, quando la miseria copriva la mia famiglia, imprecai contro Dio e contro i Santi. Sebbene me ne fossi confessato, ho da scontare la pena! -

Un Sacerdote era afflittissimo e chiedeva suffragi: Sto soffrendo molto, perchè in vita sono stato molto indulgente a tanti piccoli piaceri! -

Una donna diceva: Avevo la vocazione religiosa e la perdetti per una cattiva lettura. Ringrazio Dio che non sono piombata nell'inferno! -

Una suora esclamò: Sto riparando alcune mancanze di fiducia in Dio. Il giudizio di una religiosa è rigoroso, perchè non è il nostro Sposo Gesù che ci giudica, ma il nostro Dio!

- Il mio Purgatorio, diceva un'altra anima, sarà lungo poichè non ho accettato la volontà di Dio, né ho fatto con sufficiente rassegnazione il sacrificio della mia vita durante l'ultima malattia. La malattia è una grande grazia di purificazione, ma se non si fa attenzione, può essere occasione di maggior Purgatorio. -

Un'anima ringraziava: Iddio ti ricompensi la carità! Tu hai abbreviato il mio Purgatorio. Oh, se tutti riflettessero fin dove può condurre un affetto poco mortificato, come si applicherebbero a dominare la natura ed a reprimere le passioni! -

Da quanto si è esposto, si vede com'è delicata la Divina Giustizia nel purificare le anime che hanno peccato.

Se fosse concesso a tutti di visitare un momento il Purgatorio, quanti si farebbero santi!


[Brano tratto da "I nostri morti - La casa di tutti", di Don Giuseppe Tomaselli].




(.)

giovedì 22 ottobre 2020

La Dottrina Cattolica è contraria al riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali

Carissimi lettori del blog, stiamo vivendo tempi molto difficili perché è in corso una galoppante scristianizzazione della società. Tuttavia dobbiamo essere grati al Signore perché ci ha concesso l'onore di combattere la buona battaglia della Fede proprio in questi tempi di difficoltà e sofferenza. Sì, stiamo soffrendo tanto, ma è proprio nei momenti di tribolazione che si prova se un'anima ama davvero Dio. Se restiamo fedeli al Magistero perenne della Chiesa diamo tanta gloria a Dio. È facile essere cristiani quando le cose vanno bene, ma il vero seguace di Cristo deve rimanere fedele al Redentore Divino anche in mezzo alle persecuzioni e alle tribolazioni di ogni sorta, come testimoniato dai gloriosi martiri di tutti i tempi. 

Per quanto riguarda il tema del riconoscimento giuridico delle coppie gay, dobbiamo rimanere fedeli alla Dottrina Cattolica, senza cedere di un millimetro. A tal proposito nel 2003 il Vicario di Cristo ha approvato e ordinato la pubblicazione di un interessante documento emanato dalla Congregazione della Dottrina della Fede, a quel tempo guidata dall'allora Cardinale Joseph Ratzinger, che condanna con fermezza il riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali. Di seguito riporto alcuni dei passi più importanti.


“Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali”

Diverse questioni concernenti l'omosessualità sono state trattate recentemente più volte dal Santo Padre Giovanni Paolo II e dai competenti Dicasteri della Santa Sede. Si tratta infatti di un fenomeno morale e sociale inquietante, anche in quei Paesi in cui non assume un rilievo dal punto di vista dell'ordinamento giuridico. Ma esso diventa più preoccupante nei Paesi che hanno già concesso o intendono concedere un riconoscimento legale alle unioni omosessuali che, in alcuni casi, include anche l'abilitazione all'adozione di figli. [...] Poiché si tratta di una materia che riguarda la legge morale naturale, le seguenti argomentazioni sono proposte non soltanto ai credenti, ma a tutti coloro che sono impegnati nella promozione e nella difesa del bene comune della società.

[...] Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia. Il matrimonio è santo, mentre le relazioni omosessuali contrastano con la legge morale naturale. Gli atti omosessuali, infatti, « precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun modo possono essere approvati ».

Nella Sacra Scrittura le relazioni omosessuali « sono condannate come gravi depravazioni... (cf. Rm 1, 24-27; 1 Cor 6, 10; 1 Tm 1, 10). Questo giudizio della Scrittura non permette di concludere che tutti coloro, i quali soffrono di questa anomalia, ne siano personalmente responsabili, ma esso attesta che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ». Lo stesso giudizio morale si ritrova in molti scrittori ecclesiastici dei primi secoli ed è stato unanimemente accettato dalla Tradizione cattolica.

[...] Tali persone inoltre sono chiamate come gli altri cristiani a vivere la castità. Ma l'inclinazione omosessuale è « oggettivamente disordinata » e le pratiche omosessuali « sono peccati gravemente contrari alla castità  ».
 
[...] Nei confronti del fenomeno delle unioni omosessuali, di fatto esistenti, le autorità civili assumono diversi atteggiamenti: a volte si limitano alla tolleranza di questo fenomeno; a volte promuovono il riconoscimento legale di tali unioni, con il pretesto di evitare, rispetto ad alcuni diritti, la discriminazione di chi convive con una persona dello stesso sesso; in alcuni casi favoriscono persino l'equivalenza legale delle unioni omosessuali al matrimonio propriamente detto, senza escludere il riconoscimento della capacità giuridica di procedere all'adozione di figli.

Laddove lo Stato assuma una politica di tolleranza di fatto, non implicante l'esistenza di una legge che esplicitamente concede un riconoscimento legale a tali forme di vita, occorre ben discernere i diversi aspetti del problema. La coscienza morale esige di essere, in ogni occasione, testimoni della verità morale integrale, alla quale si oppongono sia l'approvazione delle relazioni omosessuali sia l'ingiusta discriminazione nei confronti delle persone omosessuali. Sono perciò utili interventi discreti e prudenti, il contenuto dei quali potrebbe essere, per esempio, il seguente: smascherare l'uso strumentale o ideologico che si può fare di questa tolleranza; affermare chiaramente il carattere immorale di questo tipo di unione; richiamare lo Stato alla necessità di contenere il fenomeno entro limiti che non mettano in pericolo il tessuto della moralità pubblica e, soprattutto, che non espongano le giovani generazioni ad una concezione erronea della sessualità e del matrimonio, che le priverebbe delle necessarie difese e contribuirebbe, inoltre, al dilagare del fenomeno stesso. A coloro che a partire da questa tolleranza vogliono procedere alla legittimazione di specifici diritti per le persone omosessuali conviventi, bisogna ricordare che la tolleranza del male è qualcosa di molto diverso dall'approvazione o dalla legalizzazione del male.

In presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali, oppure dell'equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest'ultimo, è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all'applicazione di leggi così gravemente ingiuste nonché, per quanto è possibile, dalla cooperazione materiale sul piano applicativo. In questa materia ognuno può rivendicare il diritto all'obiezione di coscienza.

[...] Il compito della legge civile è certamente più limitato riguardo a quello della legge morale, ma la legge civile non può entrare in contraddizione con la retta ragione senza perdere la forza di obbligare la coscienza. Ogni legge posta dagli uomini in tanto ha ragione di legge in quanto è conforme alla legge morale naturale, riconosciuta dalla retta ragione, e in quanto rispetta in particolare i diritti inalienabili di ogni persona. Le legislazioni favorevoli alle unioni omosessuali sono contrarie alla retta ragione perché conferiscono garanzie giuridiche, analoghe a quelle dell'istituzione matrimoniale, all'unione tra due persone dello stesso sesso. Considerando i valori in gioco, lo Stato non potrebbe legalizzare queste unioni senza venire meno al dovere di promuovere e tutelare un'istituzione essenziale per il bene comune qual è il matrimonio.

[...] Inserire dei bambini nelle unioni omosessuali per mezzo dell'adozione significa di fatto fare violenza a questi bambini nel senso che ci si approfitta del loro stato di debolezza per introdurli in ambienti che non favoriscono il loro pieno sviluppo umano. Certamente una tale pratica sarebbe gravemente immorale [...].

[...] La società deve la sua sopravvivenza alla famiglia fondata sul matrimonio. La conseguenza inevitabile del riconoscimento legale delle unioni omosessuali è la ridefinizione del matrimonio, che diventa un'istituzione la quale, nella sua essenza legalmente riconosciuta, perde l'essenziale riferimento ai fattori collegati alla eterosessualità, come ad esempio il compito procreativo ed educativo. Se dal punto di vista legale il matrimonio tra due persone di sesso diverso fosse solo considerato come uno dei matrimoni possibili, il concetto di matrimonio subirebbe un cambiamento radicale, con grave detrimento del bene comune. Mettendo l'unione omosessuale su un piano giuridico analogo a quello del matrimonio o della famiglia, lo Stato agisce arbitrariamente ed entra in contraddizione con i propri doveri.

A sostegno della legalizzazione delle unioni omosessuali non può essere invocato il principio del rispetto e della non discriminazione di ogni persona. Una distinzione tra persone oppure la negazione di un riconoscimento o di una prestazione sociale non sono infatti accettabili solo se sono contrarie alla giustizia. Non attribuire lo statuto sociale e giuridico di matrimonio a forme di vita che non sono né possono essere matrimoniali non si oppone alla giustizia, ma, al contrario, è da essa richiesto.

[...] Poiché le coppie matrimoniali svolgono il ruolo di garantire l'ordine delle generazioni e sono quindi di eminente interesse pubblico, il diritto civile conferisce loro un riconoscimento istituzionale. Le unioni omosessuali invece non esigono una specifica attenzione da parte dell'ordinamento giuridico, perché non rivestono il suddetto ruolo per il bene comune.

Non è vera l'argomentazione secondo la quale il riconoscimento legale delle unioni omosessuali sarebbe necessario per evitare che i conviventi omosessuali perdano, per il semplice fatto della loro convivenza, l'effettivo riconoscimento dei diritti comuni che essi hanno in quanto persone e in quanto cittadini. In realtà, essi possono sempre ricorrere – come tutti i cittadini e a partire dalla loro autonomia privata – al diritto comune per tutelare situazioni giuridiche di reciproco interesse. Costituisce invece una grave ingiustizia sacrificare il bene comune e il retto diritto di famiglia allo scopo di ottenere dei beni che possono e debbono essere garantiti per vie non nocive per la generalità del corpo sociale.

[...] Se tutti i fedeli sono tenuti ad opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, i politici cattolici lo sono in particolare, nella linea della responsabilità che è loro propria. In presenza di progetti di legge favorevoli alle unioni omosessuali, sono da tener presenti le seguenti indicazioni etiche.

Nel caso in cui si proponga per la prima volta all'Assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale.

Nel caso in cui il parlamentare cattolico si trovi in presenza di una legge favorevole alle unioni omosessuali già in vigore, egli deve opporsi nei modi a lui possibili e rendere nota la sua opposizione: si tratta di un doveroso atto di testimonianza della verità. Se non fosse possibile abrogare completamente una legge di questo genere, egli, richiamandosi alle indicazioni espresse nell'Enciclica Evangelium vitae, «  potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica », a condizione che sia « chiara e a tutti nota » la sua « personale assoluta opposizione » a leggi siffatte e che sia evitato il pericolo di scandalo. Ciò non significa che in questa materia una legge più restrittiva possa essere considerata come una legge giusta o almeno accettabile; bensì si tratta piuttosto del tentativo legittimo e doveroso di procedere all'abrogazione almeno parziale di una legge ingiusta quando l'abrogazione totale non è possibile per il momento.

[...] La Chiesa insegna che il rispetto verso le persone omosessuali non può portare in nessun modo all'approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali. Il bene comune esige che le leggi riconoscano, favoriscano e proteggano l'unione matrimoniale come base della famiglia, cellula primaria della società. Riconoscere legalmente le unioni omosessuali oppure equipararle al matrimonio, significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell'umanità. La Chiesa non può non difendere tali valori, per il bene degli uomini e di tutta la società.

Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nell'Udienza concessa il 28 marzo 2003 al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato le presenti Considerazioni, decise nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma, dalla sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 3 giugno 2003, Memoria dei Santi Carlo Lwanga e Compagni, Martiri.

Joseph Card. Ratzinger
Prefetto

Angelo Amato, S.D.B.
Arcivescovo titolare di Sila
Segretario

© Lev

lunedì 12 ottobre 2020

L’apostolato dell’esempio


Dagli scritti di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena (1893 – 1953).


O Signore, fa’ che la mia condotta sia tale da procurarti gloria ed attirare molte anime al tuo amore. 

1 - Accanto alla preghiera e al sacrificio, altra potente arma di apostolato, accessibile a tutti, è quella di una vita buona, di una vita santa. Non tutti possono predicare, non tutti hanno il dovere di ammonire o di esortare, non tutti possono attendere ad opere apostoliche, ma non vi è nessuno che non possa cooperare al bene spirituale del prossimo con l’esempio di una vita integralmente cristiana, coerente ai princìpi professati e fedele ai propri doveri. « Ognuno può giovare al prossimo se adempie il suo dovere », afferma il Crisostomo e aggiunge: « Nessuno sarebbe più pagano, se i cristiani fossero cristiani davvero, se davvero osservassero i precetti. La vita buona è una voce più acuta e più forte di una tromba ». La vita buona s’impone da sè, ha un’autorità ed esercita un fascino assai superiore a quello delle parole. 

Per un’anima che cerca la verità, che cerca la virtù, non è difficile trovare libri o maestri che ne parlino anche in forma attraente, ma è ben più difficile trovare persone la cui vita ne sia una testimonianza pratica. La mentalità moderna, assetata di esperienza, ha particolare bisogno di questi esemplari, capaci di offrire non solo belle teorie di vita spirituale, ma, soprattutto, incarnazioni concrete della virtù, dell’ideale di santità e di unione con Dio. Molto più che dal pensiero puro, le anime sono attratte dal pensiero vissuto, dagli ideali tradotti nella realtà della vita. Del resto, è questa la grande linea seguita da Dio stesso per manifestarsi agli uomini: il Verbo eterno si è incarnato e, attraverso la realtà così concreta e così umana della sua vita terrena, ci ha mostrato l’immenso amore di Dio per noi e le sue infinite perfezioni. Gesù, che possedeva le perfezioni divine, ha potuto dirci: « Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro, che è nei cieli » (Mt. 5 , 48) e dicendoci così non solo ci mostrava l’ideale supremo della santità, ma ce ne offriva in se stesso il modello. L’apostolo deve battere la via battuta da Gesù incarnando nella sua vita quell’ideale di santità che vuol proporre agli altri; solo così si potrà affermare di lui, come del Signore: « coepit facere et docere » (At. 1, 1), cominciò prima a fare e poi ad insegnare. E solo così l’apostolo potrà ripetere, molto più con la sua condotta che con le parole, l’ardita frase paolina: « Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo » (I Cor. 4, 16). 

2 - Gesù, che ci ha insegnato a pregare, a digiunare, a fare elemosina nel segreto, affinchè solo il Padre celeste lo sappia e ce ne dia la ricompensa, ci ha insegnato anche ad agire in modo che le nostre opere siano, per coloro che le vedono, un tacito incitamento al bene: « La vostra luce risplenda dinanzi agli uomini in modo tale che, vedendo le vostre opere buone, diano gloria al Padre vostro, che è nei cieli » (Mt. 5, 16). S. Gregorio ci insegna come conciliare i due insegnamenti del Signore: « L’opera sia pubblica - egli dice - ma l’intenzione rimanga occulta, affinchè così diamo al prossimo l’esempio di un’opera buona e, nello stesso tempo, con l’intenzione, con la quale cerchiamo di piacere a Dio solo, desideriamo sempre il segreto ». Vi è una grande differenza tra colui che fa ostentazione del bene compiendolo per attirarsi le lodi altrui, o forse anche per guadagnarsi una certa fama di santità, e colui che, agendo con retta intenzione unicamente per piacere a Dio, è con la sua condotta luce e guida per coloro che gli vivono accanto. Quando l’intenzione è retta - ossia dar gloria a Dio e procurare di attirare altre anime al suo servizio - non dobbiamo temere che le nostre opere buone siano vedute, anzi dobbiamo sentire la responsabilità di comportarci in modo che la nostra condotta sia di edificazione agli altri. 

Ogni anima di vita interiore, pur cercando di piacere soltanto al Padre celeste, deve essere un’apostola dell’esempio; la sua vita di pietà sincera, di virtù soda, di unione con Dio deve risplendere davanti agli uomini e deve richiamarli alla preghiera, al raccoglimento, alla ricerca delle cose celesti. Ciò è possibile a tutti ed in ogni ambiente di vita: lo può fare il professionista in mezzo al mondo, tra i colleghi, gli alunni o i clienti; lo può fare la sposa e la madre nella cerchia della famiglia; può farlo il religioso e la religiosa nell’ambito della propria Comunità; può farlo il sacerdote nel raggio della sua azione. 

Un’anima di vera vita interiore è di per sè un apostolo, è, come dice Gesù, « una città posta sul monte [che] non può rimanere nascosta », è una lucerna accesa messa « sul candeliere, perchè faccia lume a tutti quelli che sono in casa » (Mt. 5, 14 e 15). Quanto più la vita interiore è profonda, tanto più la lucerna splende, illumina le anime e le attira a Dio. 

Colloquio - « Dio mio, nulla è più freddo di un cristiano che non si cura della salvezza degli altri! Per dispensarmene non posso addurre come pretesto la povertà. Pietro diceva: ‘ Non ho argento, nè oro ’; Paolo era tanto povero che spesso soffriva la fame. Non posso addurre la mia umile condizione, perchè anch’essi non erano nobili e non avevano nobili genitori. 

« Non posso neppure scusarmi, o Signore, dicendo che sono ignorante, perchè anch’essi lo erano. Anche se io fossi uno schiavo e per giunta fuggitivo, potrei assolvere il mio compito: anche Onesimo era tale. Non posso obiettare che sono malato, perchè anche Timoteo era spesso infermo. 

« O Signore, la tua luce mi fa comprendere che anch’io posso giovare al prossimo, se adempio il mio dovere. E questo lo farò, se osserverò la tua legge e specialmente la legge dell’amore con la quale s’insegna la bontà a quelli che ci offendono. I mondani sono commossi più dalla vita buona che dai miracoli; e Tu mi dici che nulla rende buona la vita più della carità e dell’amore del prossimo. Aiutami dunque, o Signore, a condurre una vita santa, a fare opere buone, in modo che chi mi osserva possa dar lode al tuo nome » (cfr. S. Giovanni Crisostomo). 

« O Signore, concedimi di credere col cuore, di professare con la bocca e di mettere in pratica la tua parola, affinchè gli uomini, vedendo le mie opere buone, glorifichino te, Padre nostro che sei nei cieli, per Gesù Cristo nostro Signore, al quale spetta la gloria nei secoli dei secoli. Amen » (Origene). 



[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].

venerdì 28 agosto 2020

Bellezza interiore

Mi ha scritto una studentessa-lavoratrice che spesso ha per la mente questo pensiero: “E se Dio chiamasse anche me?” Ecco la sua lettera.


Caro fratello,
                        mi chiamo [...], ho 26 anni e ti scrivo dalla provincia di [...]. Seguo il tuo blog da poco tempo ma, avendovi spesso trovato parole di conforto, ho infine deciso di scriverti anche io.

[...] lo scorso anno ho potuto fare un’esperienza presso le suore [...]. Avevo tanto sentito parlare di loro e di quel che fanno per i giovani e, finalmente, per grazia di Dio, ho avuto la possibilità di andare. Per me è stata una settimana molto bella, anche se faticosa per un mio piccolo problema di salute: mi sono stati dati letteralmente occhi nuovi per vedere Dio e la storia meravigliosa che ancora oggi vuole fare con ognuno dei suoi figli. [...] Ricordo distintamente che, dopo 5 giorni mi sono guardata allo specchio e mi sono vista bella. Non avevo un filo di trucco ed erano evidenti i segni della stanchezza ma io penso che, dopo quei giorni vissuti in maniera santa, nella comunione fraterna e con la preghiera al primo posto, io sia finalmente riuscita a vedermi con occhi nuovi e a cogliere, vagamente e solo per pochi secondi, il significato dell’espressione ‘la bellezza di Dio’, tema al centro del ritiro.

Ti racconto questo episodio perché mi ha profondamente segnata, anche se non me ne sono accorta immediatamente. Infatti, per me questo appena trascorso è stato un anno molto difficile, sia dal punto di vista della salute (mia e di alcuni parenti) che da quello del lavoro e dello studio: io poi sono molto insicura e mi scoraggio facilmente. Ma sempre ho portato nel cuore quell'esperienza pensando che anche io voglio essere felice così, e quella bellezza, in me e negli altri, voglio vederla più spesso. Questa è una cosa che, lo vedo da me, è possibile solo quando si fa qualcosa mettendo Gesù al centro.

Finché un giorno nel mio cuore ha trovato forma un pensiero: “E se … e se Dio chiamasse anche me?” [...] Ho sempre pensato, però, che fosse frutto della suggestione del momento e quindi, anche questa volta, avevo inizialmente accantonato questo pensiero. Ma lui è lì ormai da qualche mese e penso proprio che sia giunto il momento di dargli voce. Purtroppo non ho avuto tempo di parlare di questa cosa con il mio padre spirituale prima che il Signore lo chiamasse a sé, quindi tu sei a conti fatti, la prima persona a sapere questa cosa … la prima persona ‘umana’, diciamo così! Per i motivi di cui anche tu parli spesso, non posso discuterne con i miei amici, anche quelli cristiani, ed in famiglia meno che mai, visto che un giorno a pranzo venne fuori questa frase: “Va bene tutto, ma un figlio prete o una figlia suora proprio no!” […].

E poi, al di là di tutto, mi piace che sia un ‘segreto’ tra me, Gesù e sua Madre, proprio come quando si è nella prima fase dell’innamoramento e quasi c'è soggezione anche solo a farsi vedere in giro con l’amato.

Senza una guida spirituale ho cercato un po’ in giro (ed è così che ho trovato anche questo blog!) ed ho visto che la prima cosa da fare nella mia situazione è quella di trascorrere qualche giorno in un buon convento. Ho pensato anche di ritornare a [...] ma, secondo me, è meglio che io trovi qualche convento qui nei dintorni, sia per poter compiere un cammino continuato, sia perché da settembre devo ricominciare con lo studio ed il lavoro. Inoltre, mentre prima non pensavo proprio alla possibilità della clausura, adesso non la escludo, anzi. Quindi mi chiedevo se conoscessi qualche buon convento qui nella provincia di [...] o comunque in zona e se ti andrebbe, gentilmente, di segnalarmelo. 

A volte penso che sia tutto frutto della mia fantasia [...], quindi mi rendo conto dell’urgenza di fare chiarezza al più presto. So che questa lettera è lunga ed anche confusa, ma non è stato facile per me dare forma a questo desiderio del cuore per la prima volta, così come non è stato facile scegliere le parole che meglio esprimessero i mille dubbi che affollano la mia mente.

Ti ringrazio per quello che fai con questo blog e ti abbraccio in Gesù e Maria,

(lettera firmata)

Cara sorella in Cristo,
                                       ti ringrazio per avermi scritto, per me è una gioia incoraggiare la gente ad abbracciare la vita religiosa. Stai facendo benissimo a riflettere attentamente sullo stato di vita da eleggere. Spesso le persone pensano solo alla possibilità di abbracciare lo stato matrimoniale, mentre invece esistono anche altri stati di vita. Il più perfetto di tutti è lo stato religioso, perché è il più simile allo stile di vita povero, casto e obbediente che il Redentore Divino praticò su questa terra. Il Signore ci lascia liberi nell'elezione dello stato di vita, ma se una persona ha la vocazione religiosa e la rifiuta, vivrà in maniera infelice per il resto della sua vita, e probabilmente anche nell'eternità, perché è difficile salvarsi in uno stato di vita diverso da quello stabilito da Dio, come insegna Sant'Alfonso Maria de Liguori nell'opuscolo intitolato “Avvisi spettanti alla vocazione religiosa”.

Non farci caso a quello che pensano i tuoi familiari della vita religiosa, purtroppo, spesso i parenti sono i peggiori nemici delle vocazioni dei figli. In genere per le persone sposate è difficile comprendere la felicità che si prova nel vivere in un monastero fervoroso, sono discorsi che non capiscono. Solo le persone spirituali possono comprendere certi discorsi.

Non devi pensare che sia assurdo che il Signore chiami proprio te alla vita consacrata. Lui non sceglie le sue spose in base ai meriti, ma dona la vocazione solo per puro e disinteressato amore. Il tuo desiderio di felicità è una cosa normale, tutti gli esseri umani cercano la felicità, come insegna la buona filosofia. Solo che i mondani la cercano nelle cose materiali e vane della terra, mentre i veri cristiani la cercano nell'amare Dio con tutto il cuore e nel seguire i suoi insegnamenti. Affinché una vocazione religiosa sia considerata autentica è necessario che l'aspirante suora sia mossa da buone intenzioni, come il voler entrare in monastero per vivere più unita a Gesù, il voler vivere il cristianesimo in maniera più profonda e radicale, il voler sfuggire dai numerosi pericoli spirituali che infestano il mondo, il voler ricercare con particolare ardore la propria personale santificazione, il voler sacrificarsi per ottenere la conversione dei peccatori e la salvezza delle anime, ecc.

Nella risposta che ti ho inviato in forma privata ti ho segnalato alcuni buoni ordini religiosi presenti nella tua regione. Spero tanto di esserti stato di qualche utilità, ma rimango a tua disposizione per qualsiasi altra domanda.

Coraggio, non arrenderti! Spero che Gesù buono riesca presto a prenderti tutta per Sé!

In Cristo Redentore e Maria Corredentrice,

Cordialiter




(.)

venerdì 10 luglio 2020

Prezzo del tempo

Dagli scritti di Sant'Alfonso Maria de Liguori, Vescovo e Dottore della Chiesa.



Prezzo del tempo

Fili, conserva tempus (Eccli 4,23)

PUNTO I


Figlio, dice lo Spirito Santo, sta attento a conservare il tempo ch'è la cosa più preziosa e 'l dono più grande che può dare Dio ad un uomo che vive. Anche i gentili conoscevano quanto vale il tempo. Seneca diceva non esservi prezzo ch'uguagli il valore del tempo. "Nullum temporis pretium". Ma con miglior lume hanno conosciuto i Santi il valore del tempo. Disse S. Bernardino da Siena che tanto vale un momento di tempo, quanto vale Dio: perché in ogni momento può l'uomo con un atto di contrizione o d'amor acquistarsi la divina grazia e la gloria eterna: "Modico tempore potest homo lucrari gratiam, et gloriam. Tempus tantum valet, quantum Deus, quippe in tempore bene consumto comparatur Deus".

Il tempo è un tesoro, che solamente in vita si trova; non si trova nell'altra, né nell'inferno, né in cielo. Nell'inferno questo è il pianto de' dannati: "O si daretur hora!". Pagherebbero ad ogni costo un'ora di tempo, in cui potessero rimediare alla loro ruina; ma quest'ora non l'avranno mai. Nel cielo poi non si piange, ma se potessero piangere i beati, questo sarebbe il loro solo pianto, l'aver perduto il tempo in questa vita, in cui poteano acquistarsi maggior gloria, e che questo tempo non possono più averlo. Una Religiosa Benedettina defunta comparve gloriosa ad una persona e le disse ch'ella stava appieno contenta; ma se avesse potuto mai desiderare qualche cosa, era solo di ritornare in vita e di patire per meritare più gloria; e disse che si sarebbe contentata di soffrire la sua dolorosa infermità, che avea patita in morte, sino al giorno del giudizio, per acquistare la gloria che corrisponde al merito d'una sola "Ave Maria".

E voi, fratello mio, a che spendete il tempo? perché quel che potete far oggi, sempre lo trasportate al domani? Pensate che il tempo passato già scorso non è più vostro; il futuro non istà in vostro potere: solo il tempo presente avete per far bene. "Quid de futuro miser praesumis (ne avverte S. Bernardo), tanquam Pater tempora in tua posuerit potestate?". E S. Agostino dice: "Diem tenes, qui horam non tenes?". Come puoi prometterti il giorno di domani, se non sai se ti tocca neppure un'altra ora di vita? Dunque conclude S. Teresa e dice: Se oggi non istai pronto a morire, temi di morir male.

PUNTO II

Non vi è cosa più preziosa del tempo, ma non vi è cosa meno stimata e più disprezzata dagli uomini del mondo. Questo è quel che piange S. Bernardo: "Nihil pretiosius tempore, sed nihil vilius aestimatur". E poi seguita a dire: "Transeunt dies salutis, et nemo recogitat sibi perire diem, et nunquam rediturum". Vedrai quel giuocatore stare i giorni e le notti a perdere il tempo ne' giuochi; se gli dimandi, che fai? risponde: Passiamo il tempo. Vedrai quell'altro vagabondo trattenersi per ore intere in mezzo ad una strada a guardare chi passa, o a parlare osceno o di cose inutili; se gli dimandi, che fai? risponde: Ne fo passare il tempo. Poveri ciechi, che perdono tanti giorni, ma giorni che non tornano più!

O tempo disprezzato, tu sarai la cosa più desiderata da' mondani nel tempo della morte! Desidereranno allora un altro anno, un altro mese, un altro giorno, ma non l'avranno; sentiranno allora dirsi: "Tempus non erit amplius". Ognun di costoro quanto pagherebbe allora un'altra settimana, un altro giorno di tempo, per meglio aggiustare i conti della coscienza? Anche per ottenere una sola ora di tempo, dice S. Lorenzo Giustiniani, costui darebbe tutt'i suoi beni: "Erogaret opes, honores, delicias pro una horula". Ma quest'ora non gli sarà data: presto, gli dirà il Sacerdote assistente, presto partitevi da questa terra, non v'è più tempo: "Proficiscere, anima christiana, de hoc mundo".

Pertanto ci esorta il profeta a ricordarci di Dio e a procurarci la sua grazia, prima che manchi la luce: "Memento creatoris tui, antequam tenebrescat sol, et lumen" (Eccl 12,1). Qual pena è ad un pellegrino, che s'avvede di avere errata la via, quando è fatta già notte, e non v'è più tempo di rimediare? Questa sarà la pena in morte di chi è vivuto molti anni nel mondo, ma non gli ha spesi per Dio: "Venit nox, in qua nemo potest operari" (Io 9,4). Allora la morte sarà per lui tempo di notte, in cui non potrà fare più niente. "Vocavit adversum me tempus" (Thren 1,15). La coscienza allora gli ricorderà quanto tempo ha avuto, e l'ha speso in danno dell'anima; quante chiamate, quante grazie ha ricevute da Dio per farsi santo, e non ha voluto avvalersene, e poi si vedrà chiusa la via di fare alcun bene. Onde dirà piangendo: Oh pazzo che sono stato! Oh tempo perduto! Oh vita mia perduta! Oh anni perduti, in cui potea farmi santo; ma non l'ho fatto, ed ora non ci è più tempo di farlo. Ma a che serviranno questi lamenti e sospiri, allora che sta per finire la scena, la lampana sta vicina a smorzarsi, e 'l moribondo sta prossimo a quel gran momento da cui dipende l'eternità?

PUNTO III

"Ambulate dum lucem habetis" (Io 12,35). Bisogna che camminiamo nella via del Signore in vita, or che abbiamo la luce; perché poi questa si perde in morte. Allora non è tempo di apparecchiarsi, ma di trovarsi apparecchiato. "Estote parati". In morte non si può far niente; allora quel ch'è fatto è fatto. Oh Dio, se taluno avesse la nuova che tra breve ha da trattarsi la causa della sua vita, o di tutto il suo avere, come s'affretterebbe per ottenere un buon avvocato, per far intesi i ministri delle sue ragioni, e per trovar mezzi da procurarsi il lor favore? E noi che facciamo? Sappiamo certo che tra breve (e può essere ad ogni ora) si ha da trattar la causa del maggior negozio che abbiamo, ch'è il negozio della salute eterna, e perdiamo tempo?

Dirà taluno: Ma io son giovane, appresso mi darò a Dio. Ma sappiate (rispondo) che il Signore maledisse quel fico, che trovò senza frutto, ancorché non fosse tempo di frutti, come nota il Vangelo: "Non enim erat tempus ficorum" (Marc 11,13). Con ciò volle Gesù Cristo significarci che l'uomo in ogni tempo anche nella gioventù dee render frutto di buone opere, altrimenti sarà maledetto e non farà più frutto in avvenire. "Iam non amplius in aeternum ex te fructum quispiam manducet". Così disse il Redentore a quell'albero, e così maledice chi da lui è chiamato e resiste. Gran cosa! il demonio stima poco tempo tutto il tempo della nostra vita, e perciò non perde momento in tentarci: "Descendit diabolus ad vos habens iram magnam, sciens quod modicum tempus habet" (Apoc 12,12). Dunque il nemico non perde tempo per farci perdere, e noi perderemo il tempo, trattandosi di salvarci?

Dirà quell'altro: "Ma io che male fo?". Oh Dio, e non è male perdere il tempo in giuochi, in conversazioni inutili, che niente giovano all'anima? Iddio forse a ciò vi dà questo tempo, affinché lo perdiate? No, dice lo Spirito Santo: "Non te praetereat particula boni diei" (Eccli 4). Quelli operari, di cui scrive S. Matteo, non faceano male, ma solamente perdevano il tempo: e di ciò furono ripresi dal padron della vigna: "Quid hic statis tota die otiosi?" (Matth 20). Nel giorno del giudizio Gesù Cristo ci chiederà conto d'ogni parola oziosa. Ogni tempo, che non è speso per Dio, è tempo perduto. "Omne tempus, quo de Deo non cogitasti, cogita te perdidisse" (S. Bernardo). Quindi ci esorta il Signore: "Quodcunque facere potest manus tua, instanter operare, quia nec opus, nec ratio erunt apud inferos, quo tu properas" (Eccl 9,10). Dicea la Ven. M. suor Giovanna della SS. Trinità teresiana che nella vita de' Santi non v'è il domani: il domani è nella vita de' peccatori, che sempre dicono, appresso, appresso; e così si riducono alla morte. "Ecce nunc tempus acceptabile" (2 Cor 6,2). "Hodie si vocem eius audieritis, nolite obdurare corda vestra" (Ps 94,8). Oggi Dio ti chiama a far il bene, oggi fallo; perché domani può essere, o che non vi sia più tempo, o che Dio non ti chiami più.

E se per lo passato per tua disgrazia hai speso il tempo in offendere Dio, procura di piangerlo nella vita che ti resta, come propose di fare il re Ezechia: "Recogitabo tibi omnes annos meos in amaritudine animae meae" (Is 38,15). Dio ti dà la vita, acciocché ora rimedi al tempo perduto. "Redimentes tempus, quoniam dies mali sunt" (Ephes 5,16). Commenta S. Anselmo: "Tempus redimes, si quae facere neglexisti, facias". Di S. Paolo dice S. Geronimo ch'egli sebbene fu l'ultimo degli Apostoli, fu il primo ne' meriti per quel che fece dopo che fu chiamato: "Paulus novissimus in ordine, prior in meritis, quia plus in omnibus laboravit". Se altro non fosse, pensiamo che in ogni momento possiamo fare maggiori acquisti de' beni eterni. Se ti fosse concesso di acquistare tanto terreno, quanto potessi girar camminando per un giorno, o tanti danari, quanti potessi in un giorno numerare, qual fretta non ti daresti? E tu puoi acquistare in ogni momento tesori eterni, e vuoi perder tempo? Quel che puoi far oggi, non dire che puoi farlo domani, perché quest'oggi sarà perduto per te, e più non tornerà. S. Francesco Borgia, quando altri parlavano di mondo, volgevasi a Dio con santi affetti, sì che richiesto poi del suo sentimento, non sapeva rispondere; di ciò fu corretto: ma egli disse: "Malo rudis vocari, quam temporis iacturam pati". Mi contento più presto d'essere stimato rozzo d'ingegno, che perdere il tempo.


[Meditazione tratta da "Apparecchio alla morte", di Sant'Alfonso Maria de Liguori].




(.)

mercoledì 17 giugno 2020

Un "sì" per Dio e la Chiesa in tempo di pandemia

Pubblico un articolo che mi è stato gentilmente inviato dal monastero delle Benedettine di Fermo.


Era stata fissata Domenica 7 giugno 2020, Solennità della Santissima Trinità, la professione monastica temporanea della nostra novizia Alessandra.
All’improvviso però sull’ “urbi et orbi” cala un sipario di paura e di morte per un microscopico e minaccioso virus che ha messo in ginocchio il mondo intero, paralizzandolo su tutti i fronti: sociale, politico, economico e religioso! Un’impossibilità di scambio, di vicinanza fisica, una reclusione coatta- per giusta causa-  con uscite autogiustificate per sola necessità, da soddisfare nel raggio territoriale della propria residenza.
“IO RESTO A CASA” era diventato il nostro motto, in seguito alle norme prudenziali del decreto governativo che ci ha accompagnato soprattutto nella prima “virulenta” fase epidemica. Sorprendenti le risorse alternative che comunque hanno avuto la meglio sulle “astinenze” varie, tanto da sbandierare striscioni colorati con l’arcobaleno e la scritta “ Andrà tutto bene”.
Lezioni scolastiche on line, incontri collettivi ravvicinati con zoom meeting per essere insieme, per uno scambio virtuale, ma nel contempo un vero e proprio incontro di cuori: un sostegno vicendevole per uscire, pur restando a casa! In questo grigio orizzonte, la professione monastica era diventata ormai un miraggio. Un grosso e minaccioso punto interrogativo sulla data stabilita e un “ risentiamoci più in là” intercorso in una telefonata fra me e don Michele Rogante, segretario dell’Arcivescovo. Dopo il 18 maggio, la richiesta di un’altra data purtroppo non prevedibile, nonostante la maggiore flessibilità del decreto stesso nella seconda fase. Restava solo il rimando all’anno prossimo oppure- dopo un fiat di respiro- celebrare a porte chiuse: un attimo di perplessità, ma anche uno spiraglio di luce che immediatamente fa vedere oltre. Non c’era molto tempo per preparare tutto, ma il parere delle consorelle e l’immediato affidamento alla Provvidenza preparano il miracolo. Consultata anche l’interessata che teneva tanto a questa data, prontamente mi risponde: “Madre, il mio sì è per Dio e per la Chiesa: il Vescovo c’è, la comunità pure. Mi basta così, desidero fare il passo anche in questo modo”. Decisione presa e trasmessa: ogni giorno la Provvidenza ci sbalordiva con tanti piccoli passi in breve tempo. Non sono mancati neanche gli esercizi spirituali, guidati da Don Giordano Trapasso, nostro cappellano “feriale” e Vicario per la Pastorale, previsti dal 1 al 5 giugno sul tema: Tutta la vita è una liturgia! E con un’aggiunta postuma direi: anche in tempo di pandemia! Ecco finalmente il gran giorno: un abbraccio d’amore della Santissima Trinità e di grande commozione! Concelebrano con Mons. Rocco, Padre Sante Pessot, confessore e superiore della comunità FAM di Fermo e don Enrico Brancozzi, rettore del Seminario e nostro “festivo” cappellano.
Ad immortalare i vari momenti c’è Renato Postacchini, tutto preso dalla commovente celebrazione e pronto con la macchina fotografica per i vari scatti. 
Mons. Rocco, con la sua disarmante semplicità, riesce a dare un tocco di familiarità alla celebrazione e non manca un pizzico d’umorismo durante l’omelia. Prosegue il rito  con le interrogazioni, un dialogo fra me e la candidata, la consegna dell’abito, del velo bianco, del nome nuovo.
“Alessandra, d’oggi in poi ti chiamerai Sr. Maria Maddalena”.  Ed il pensiero corre al sepolcro dove l’innamorata discepola si era recata di buon mattino ed ora sosta in pianto.
«Donna, perché piangi?»
“Hanno portato via il mio Signore” 
“Maria!”
“Rabbunì”
L’incontro col Risorto dona gioia, mette le ali, è la vittoria sulla morte…. sulla stessa pandemia…..
“Sr. Maria Maddalena, il tuo nome, un bel programma di vita!” 
La pandemia non ha frenato il tuo desiderio di essere sposa di Cristo in mezzo a noi, nella Chiesa tutta che ha pregato per te ed è stata presente, non virtualmente, ma nella fede dello stesso Signore Risorto che insieme seguiamo e serviamo. 
“Che io ti cerchi desiderandoti e ti desideri cercandoti. Che io ti trovi amandoti e ti ami trovandoti.”  (Sant’ Anselmo)

Questo è il nostro augurio, cara sorella!

Madre M. Cecilia, osb
Monastero Benedettine
Fermo





xzx